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mercoledì 21 ottobre 2020

BUONA LA PRIMA... ANCHE IN CHAMPIONS!

Dopo l’ottimo debutto in Campionato, anche alla prima di Champions la nuova Juventus di Andrea Pirlo ha portato a casa un’importante vittoria in trasferta, contro una squadra fastidiosa come la Dinamo Kiev. Certo, l’impegno non era proibitivo, l’undici di Mircea Lucescu è una squadra giovane che ieri ha messo in campo tanti debuttanti, ma i bianconeri sono scesi in campo privi di alcuni importanti titolari come Cristiano Ronaldo, Alex Sandro e De Ligt e col debuttante in Champions Federico Chiesa. Tuttavia, si è vista una squadra solida e tranquilla, che non è mai andata all’arrembaggio in maniera scriteriata né è mai stata davvero in difficoltà, ma ha gestito il match con intelligenza, alternando fasi d’attacco ad altre in cui è sembrata tirare il fiato. 

Non si può volere troppo da questa nuova Juve, soprattutto in una fase caotica e difficile come quella che tutti stiamo vivendo, per cui i segnali visti ieri, soprattutto nelle prove dei due esterni di attacco, Chiesa e Cuadrado, lasciano sperare in un orizzonte meno grigio. Certo, a centrocampo la quadra non sembra ancora essere stata trovata, perché non è stata individuata la coppia migliore per il centrocampo che vuole Pirlo, mentre in difesa l’ormai fragilissimo Chiellini si avvia a diventare un calciatore sulla via del tramonto a causa dei malanni fisici e per cui il rientro di De Ligt sarà una vera manna dal cielo. 

Insomma, alla lunga, in una stagione piena di impegni ravvicinati e sempre sotto scacco da Covid-19, il problema potrebbe essere lo stesso delle ultime stagioni, ovvero pochi cambi all’altezza e ruoli poco coperti, vedi i terzini. Tuttavia, quanto visto ieri lascia soddisfatti, sia per il risultato, importantissimo in vista del match contro il Barcellona, che per la doppietta del figliol prodigo Alvaro Morata, degno sostituto del fino a ora insostituibile Cristiano Ronaldo. C’è ancora molta strada da percorrere, soprattutto se l’obiettivo deve essere, come tutti gli anni, la Champions e mister Pirlo sembra il primo a esserne consapevole e a lavorare giorno dopo giorno per migliorare. 

Intanto, la Juventus sembra una squadra più vogliosa e più ordinata, in cui i giocatori sanno bene cosa fare e i più giovani, come Kulusevski e Chiesa, sembrano essersi calati bene nell’ambiente e nel ruolo, dimostrando un’ottima disposizione al sacrificio. 

martedì 22 settembre 2020

E ALLA FINE LA SPUNTO'... MORATA!

Prendo spunto da una celebre battuta di Fantozzi per parlare dell’ultimo colpo di mercato della Juventus, il più atteso, ovvero l’arrivo di Alvaro Morata come nuovo centravanti. Ho voluto ispirarmi al famoso personaggio interpretato da Paolo Villaggio, perché questa storia ha molto di fantozziano, a partire dalla lunghissima telenovela legata ai trasferimenti di Milik alla Roma e di Dzeko alla Juventus. 

Ma partiamo dall’inizio, ossia dall’indomani dell’arrivo di Andrea Pirlo sulla panchina della Juventus. L’ex centrocampista bianconero, infatti, fin dal primo giorno ha fatto chiaramente capire a Gonzalo Higuain di non rientrare più nei piani della società e, quindi, è scattata la corsa all’erede del Pipita. Gli indizi hanno subito portato al centravanti della Roma che, secondo i giornali, era stato espressamente richiesto da Pirlo. Tuttavia, fin dall’inizio i giallorossi hanno fatto capire che il bosniaco sarebbe partito soltanto dopo l’acquisto di Milik dal Napoli. E qui entra in scena uno squallido personaggio, già noto alle tifoserie di tutta Italia e già protagonista, in passato, di comportamenti per lo meno discutibili, come essersi presentato in riunione di Lega coi sintomi del Covid e in attesa del tampone (poi risultato positivo). Fin dal primo giorno, l’obiettivo di questa sgradevole persona è sembrato quello di voler intralciare in tutti i modi questa operazione di mercato, tirando un giorno sui soldi e l’altro sulle condizioni di vendita. Insomma, tanto ha fatto che, alla fine, la dirigenza juventina ha dovuto sondare altre strade, tra cui quella molto suggestiva di Luis Suarez del Barcellona, in rotta con la società spagnola e in procinto di prendere il passaporto comunitario grazie a un esame proprio d’italiano. 

La telenovela è andata avanti per settimane, bloccando a tutti gli effetti il mercato di Paratici & Co. che, finalmente, all’indomani dell’ottimo debutto in Campionato della nuova Juventus di Andrea Pirlo, hanno deciso di mandare a quel paese il tizio squallido e antipatico e hanno piazzato in poche ore la mossa Alvaro Morata, in prestito oneroso con diritti di riscatto. Il centravanti spagnolo era già stato alla Juve e si era messo in mostra per due stagioni, segnando 27 gol in 93 partite e vincendo 5 trofei, ma alla fine del “prestito” il Real Madrid aveva voluto esercitare il diritto di “recompra” riportandolo a Madrid, salvo poi venderlo al Chelsea. Il legame tra Morata e la Juventus, però, non è mai tramontato, perché a ogni sessione di mercato la possibilità di un suo ritorno a Torino veniva sempre a galla, forse perché il calciatore ha la moglie italiana o, più probabilmente, perché la separazione tra i bianconeri e l’attaccante, oggi ventisettenne, è stata una forzatura, una prepotenza da parte del Real Madrid a cui sia la società che il giocatore hanno dovuto sottostare contro la propria volontà. 

In tutto ciò, chi sta pagando il prezzo più alto di questa pantomima da commedia dell’arte, tutta italiana, è il povero Edin Dzeko che a 34 anni aveva visto concretizzarsi la possibilità di provare a vincere, finalmente, un trofeo in Italia, un premio che un calciatore forte e corretto come lui avrebbe meritato sicuramente. E Milik? Il polacco è l’altra vittima dei capricci di quel personaggio squallido di cui sopra, un ragazzo sfortunato che nella Roma avrebbe potuto ricominciare dopo i gravissimi infortuni che lo hanno perseguitato nelle stagioni scorse. Invece, con tutta probabilità, dovrà trascorrere una stagione da separato in casa, così da andarsene a parametro zero l’anno prossimo, perché un rinnovo del contratto, a questo punto, sembra davvero lontano, oltre che controproducente. 


lunedì 21 settembre 2020

BUONA LA PRIMA!

Cominciamo subito con due interessanti curiosità: per la seconda volta da quando veste la maglia bianconera, Aaron Ramsey ha disputato tutti e novanta i minuti di una partita, mentre Cristiano Ronaldo ha giocato quattro volte contro la Sampdoria e ha segnato cinque gol, una vera bestia nera per i blucerchiati.


Detto ciò, la nuova Juve di Pirlo è partita col piede giusto, dimostrando che mentre la dirigenza sembra nella confusione più totale, incapace di mettere a disposizione dell’allenatore il centravanti tanto desiderato e qualche altra pedina importante, nonché non in grado di sbarazzarsi degli esuberi, in campo i giocatori si trovano già a loro agio. È stata una Juventus molto diversa da quella della stagione sarriana, alcuni calciatori sono sembrati rigenerati, a partire dallo stesso Ramsey, fino a un Rabiot padrone del centrocampo e molto più dinamico di quanto visto nei mesi scorsi. Anche i nuovi innesti sono sembrati già rodati, in particolare McKennie che abbiamo potuto apprezzare nella sua versione “Pitbull” Davids, gran recuperatore di palloni che non disprezza qualche puntata verso la porta avversaria. 

La Juve è ancora un cantiere aperto, ma la mano del Maestro sembra già esserci, anche se il test di ieri contro una Sampdoria arrendevole e poco cattiva, come evidenziato nel dopo partita dallo stesso allenatore Ranieri, non è stato molto probante. Tuttavia, la prova decisa e ricca di gol ha destato molta fiducia nei tifosi e nella squadra che non solo sembra aver digerito le idee di Pirlo, ma le mette in pratica con entusiasmo e convinzione, cosa che non è mai successa sotto la conduzione di Sarri. 


La difesa, grazie al ritorno di Chiellini, ha riacquistato la sicurezza persa e Bonucci si è potuto dedicare a ciò che gli piace di più, ovvero impostare da dietro. A centrocampo, Rabiot e McKennie hanno dimostrato di completarsi a vicenda e soprattutto il francese è sembrato un altro giocatore o, meglio, quello che tutti ci aspettavamo quando è arrivato. Ramsey, come accennato, è tornato quello dell’Arsenal, un giocatore capace di equilibrare centrocampo e attacco e in grado di servire assist a ripetizione. In avanti, Kulusevski non poteva debuttare meglio, bagnando l’esordio con uno splendido gol e Cristiano Ronaldo ha messo il suo solito sigillo dopo aver sbagliato un po’ troppe occasioni. Infine, sulle fasce, Cuadrado e l’altro “deb” Frabotta hanno dimostrato di poter dare una verve importante alla manovra. 

Insomma, come si dice al cinema, “buona la prima!”, ma rimaniamo in attesa dei rinforzi necessari per affrontare una stagione lunga e impegnativa, ma soprattutto di test più probanti come potranno essere già le due prossime partite con Roma e Napoli. Intanto, godiamoci questa Juve di nuovo vogliosa e divertente, ma senza esaltarci troppo. 


giovedì 10 settembre 2020

BUD, UN GIGANTE PER PAPA' - CRISTIANA PEDERSOLI

Scrivere un libro non è mai facile, ma farlo per raccontare il proprio padre divenuto idolo per un’intera generazione è ancora più difficile. Ciò a cui ha dato vita Cristiana Pedersoli, figlia di Carlo Pedersoli in arte Bud Spencer è un libro di ricordi e racconti che toccano il cuore e fanno scorrere qualche lacrima, ancora di più per uno come me che il grande Bud ha avuto l’onore di incontrarlo per un’intervista, in un pomeriggio impossibile da dimenticare. Bud - Un gigante per papà è un libro che gronda affetto e ammirazione per un uomo che non è stato grande soltanto sul grande schermo, ma anche nella vita. Un vero eroe per i suoi figli e per tutti noi che lo vedevamo, spesso in coppia con Terence Hill, sconfiggere sempre i cattivi, mettendoli in ridicolo e umiliandoli sotto i suoi cazzottoni. 


Sono oltre trecento pagine di ricordi e racconti che delineano un ritratto emozionante di Bud Spencer, un uomo che decise di usare la propria piccola flotta aerea per andare in soccorso dei terremotati dell’Irpinia, che ogni volta di ritorno da un viaggio di lavoro portava regali per tutti, che rispettava ogni persona (e ogni luogo) che incontrava sulla sua strada. Bud era un uomo che amava la vita alla follia e che, per questo, l’ha vissuta intensamente, prendendo tutto ciò che poteva e soddisfacendo anche il capriccio più strano e impensabile. Bud ha avuto molto dalla vita, ma anche dato molto a chi gli stava vicino, a suo modo ma sempre con tutte le energie che possedeva. Perfino sul punto di morte, come racconta Cristiana, il grande Bambino del cinema italiano ha deciso quando andarsene, come voleva lui, dopo aver detto ciò che gli premeva dire ai propri figli. Bud - Un gigante per papà è un viaggio emozionante che tutti coloro che amano e sono cresciuti con i film di Bud Spencer (e Terence Hill) dovrebbero leggere per conoscere meglio il proprio idolo e per scoprire i suoi lati ancora inediti e toccanti. 

martedì 1 settembre 2020

VERSO LA LUCE - ANDREY DYAKOV


Dopo la tappa italiana firmata da Tullio Avoledo, la casa editrice Multiplayer.it riporta l’universo letterario di Metro 2033 in patria, pubblicando Verso la luce di Andrey Dyakov, un romanzo ambientato a San Pietroburgo, città distrutta dall’esplosione della bomba atomica e dove i pochi sopravvissuti hanno trovato rifugio nelle gallerie della metropolitana. Da qui un gruppo di stalkers (esploratori del mondo in superficie) partono per scoprire cosa si nasconde dietro un segnale luminoso avvistato a chilometri di distanza: una richiesta d’aiuto? Un segnale da parte di altri sopravvissuti? 
Nonostante la rigida aderenza ai temi e ai personaggi creati da Dmitry Glukhovsky, ideatore della serie, il romanzo di Dyakov pecca di eccessiva staticità. Sembrerebbe un controsenso, visto che la storia si snoda attraverso il viaggio degli stalkers, eppure è così. L’ispirazione dell’autore sembra infatti più legata al videogioco (tratto a sua volta dal romanzo di Glukhovsky) dove molte scene erano ambientate in superficie e caratterizzate dallo scontro tra i sopravvissuti e i vari mostri mutanti nati dopo il disastro atomico, che alla saga romanzata dove erano altri gli spunti per raccontare l’Apocalisse nucleare, risultando così ripetitiva e a tratti monotona. 
Verso la luce risulta costruito per soddisfare unicamente il gusto di coloro che si divertono a giocare con gli sparatutto: il gruppo di esploratori viene così smantellato piano piano, man mano che il viaggio procede e la meta si avvicina, lasciando sullo sfondo l’unico tema davvero interessante del romanzo e vale a dire il rapporto tra il piccolo Gleb e il capo della spedizione Taran. Sono loro, infatti, gli unici due personaggi degni di nota e capaci di creare interesse nel lettore, ma nella frenesia del romanzo interessato soltanto a impressionare con morti violente, creature mostruose e luoghi infestati da ogni tipo di schifezza, finiscono anche loro per andare in secondo piano. Il loro rapporto tra allievo e maestro avrebbe meritato uno spazio ben diverso, e invece viene troppo spesso ridotto a delle prove di sopravvivenza a cui Taran sottopone Gleb.
Qualche sorpresa Dyakov ce la riserva nel finale, ricco di colpi di scena, ma ciò non basta per avvicinare il romanzo ai livelli sia di Glukhovsky che del nostro Avoledo, storie decisamente diverse rispetto a Verso la luce. Lì siamo di fronte al vero racconto dell’Apocalisse atomica, con personaggi che stentavano a rimanere all’interno delle pagine scritte, qui ci troviamo davanti a un videogame d’azione in cui la narrazione è condannata a essere un semplice comprimario rispetto allo spettacolo ludico.

L'ULTIMA PROFEZIA - LIZ JENSEN


Saranno gli ultimi presunti casi di cannibalismo o la profezia Maya, ma sta di fatto che ormai le produzioni letterarie dedicate all’Apocalisse in tutte le sue forme si moltiplicano giorno dopo giorno. Un discorso è, però, quando la fine del mondo viene raccontata in maniera adrenalinica e avventurosa, creando nel lettore una vera e palpabile sensazione di angoscia, una cosa è invece, come nel caso di L’ultima profezia di Liz Jensen, quando l’Apocalisse è un inutile sciorinare di dati, teorie scientifiche e fanatismi religiosi.
Bethany Krall è una ragazza disturbata rinchiusa in un ospedale psichiatrico in seguito all’omicidio della madre. A seguire il suo caso, dopo l’allontanamento della precedente psicologa, viene chiamata Gabrielle Fox, intenzionata a ricominciare dopo un brutto incidente che l’ha costretta sulla sedia a rotelle. Gabrielle presto scoprirà che Bethany non è solo una ragazza malata, ma è in grado di prevedere terribili sciagure che sembrano far parte di un piano più ampio che sta trascinando il mondo verso la fine. Il romanzo della Jensen è un niente di oltre quattrocento pagine: non c’è pathos, non c’è storia, non ci sono le emozioni che un libro del genere dovrebbe trasmettere. L’autrice sembra scrivere essenzialmente per soddisfare il suo ego, presumibilmente smisurato, presentandoci personaggi che si finisce per disprezzare: la squilibrata Bethany Krall, più simile a una ragazzina isterica, dispettosa e antipatica che si vorrebbe volentieri pestare a sangue, che a una sensitiva in grado di prevedere i disastri; Gabrielle Fox, insopportabile donnina che si piange addosso, paranoica e non immune a una buona dose di stupidità; Frazen Melville, scienziato sfigato che si innamora di Gabrielle ma che finisce per causare più problemi di quanti ce ne sono già. 
E l’Apocalisse? Non ce n’è traccia, se non in pagine di vero delirio scientifico, forse copiate da Wikipedia, in cui si presentano le possibili conseguenze del continuo sfruttamento ambientale da parte dell’uomo. Se l’intento della Jensen era quello di costruire un thriller psicologico, il risultato è pessimo, perché superare le prime cinquanta pagine è una sfida da temerari; se invece era quello di raccontare una possibile fine del mondo, il risultato è quello di far sperare i lettori che succeda davvero, così da spazzare via lei e i suoi noiosissimi personaggi.

RESIDENT EVIL: THE UMBRELLA CONSPIRACY - S.D. PERRY


Raccoon City, una sperduta comunità di montagna, è sconvolta da una serie di efferati omicidi commessi nella foresta che circonda la cittadina. Alcune voci parlano di strane creature che la abitano e per fare chiarezza sul mistero viene chiamata la STARS (Squadra di Recupero e Tattiche Speciali), un’unità paramilitare comandata dal capitano Wesker. 
Il primo romanzo ispirato al famoso videogioco divenuto anche saga cinematografica è un libro che ancora deve molto alla sua fonte di ispirazione e che viene costruito dall’autrice proprio come se ci trovassimo davanti a una consolle. L’azione ne è perno centrale, con i personaggi che presto si troveranno dentro una grande villa simile a un labirinto dove dovranno affrontare ogni tipo di mostro e pericolo. Oltre tre quarti del romanzo si svolgono all’interno di questa magione di proprietà della misteriosa Umbrella Corporation, un luogo dove sono stati effettuati esperimenti di ogni tipo e creati ibridi spaventosi che in qualche modo sono riusciti a uscire. Seguiamo le vicissitudini del gruppo di militari con la stessa ansia con cui seguiremmo il nostro personaggio muoversi sullo schermo di una tv, consapevoli che da un momento all’altro potrebbe comparire la scritta game over.
La Perry è brava a costruire una storia che miscela ottimamente l’aspetto orrorifico-action della trama con una sorta di spy-story dove non si è mai sicuri di chi sia il buono e chi il cattivo. Quasi trecento pagine di puro intrattenimento, con personaggi bene tratteggiati e vicende che si dipanano senza un attimo di tregua. La sua lettura soddisferà sicuramente i palati degli appassionati di horror, ma è consigliata anche a coloro che amano le storie di intrighi, tradimenti e avventura.